mercoledì, dicembre 20, 2006

Ehm...

martedì, dicembre 19, 2006

domenica, dicembre 17, 2006

A Claudio.

Riposa in pace.

In bocca al lupo, ovunque tu sia adesso.

mercoledì, dicembre 13, 2006

Cos'è questo golpe? Io so


Corriere della Sera, 14 novembre 1974
di Pier Paolo Pasolini




Io so.


Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e
che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di
protezione del potere).


Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.


Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.


Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi
fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle
prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi
più recenti.


Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi
della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una
seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).


Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in
second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato
(del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a
tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione
della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare
il disastro del "referendum".


Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le
disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per
tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di
Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in
concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a
questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la
successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e
importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale
della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città
Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi
e puramente organizzativi come il generale Miceli.


Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai
tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai
malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione,
come killer e sicari.


Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.


Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.


Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire
tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di
immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti
anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari
di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là
dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.


Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere.
Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia
sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi
riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che
molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto
intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a
proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così
difficile.


Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una
grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non
di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo
esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro
all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.


Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.


Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.


A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha
il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica
col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere:
cioè un intellettuale.


Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.


Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti
pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per
il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.


Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e
inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente
politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e
quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta
probabilità, prove ed indizi.


Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è
proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si
identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità:
cioè a fare i nomi.


Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.


All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta
la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e
nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e
ideologici.


Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo
ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al
"tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i
politici e per i servi del potere.


Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In
Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa
stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.


È certo che in questo momento la presenza di un grande partito
all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza
dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.


Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un
Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese
idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un
Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista
italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto
"insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è
aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto
appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso
può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo,
corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici,
quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono
incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È
possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso",
realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo:
"compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati
confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.


Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista
italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.


La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella
degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso,
non può essere una ragione di pace e di costruttività.


Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo
oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si
identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.


Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.


Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci
riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato
stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato -
puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di
tutti, un traditore.


Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno -
come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei
responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose
stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in
cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale -
verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente,
neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non
funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data
l'oggettiva situazione di fatto.


L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene
imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di
intervento.


Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della
storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro
l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste
categorie della politica, non della verità politica: quella che -
quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.


Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei
tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo)
io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera
classe politica italiana.


E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi
"formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E
naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un
comunista.


Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto
altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità,
cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la
possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili
dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me,
non può non avere prove, o almeno indizi.


Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo
"diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la
democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi
prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno
condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori
responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano
migliori).

Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

lunedì, dicembre 11, 2006

Muore a 21 anni

da Il Resto del Carlino





La

ragazza si è sentita male nel primo pomeriggio di ieri ed è morta in

ospedale. Forse le è stato fatale un micidiale cocktail di alcol e

pasticche di exstasy




Roma, 11 dicembre 2006 - E' ancora giallo sulla morte di Elisa F., la studentessa di 21 anni morta nel tardo pomeriggio di ieri nell'ospedale Vannini di Roma.

Da quanto si è appreso da fonti investigative la ragazza sabato sera aveva partecipato ad un rave party, serata organizzata con musica techno in un padiglione della Fiera di Roma sulla via Cristoforo Colombo.



La studentessa è stata accompagnata domenica mattina da alcuni suoi coetanei a casa nella zona di Torpignattara, dove poi, nel primo pomeriggio di ieri è stata male ed è stata soccorsa in ospedale, dove poi è morta.



Sarà l'autopsia a fare piena luce sulla causa della morte.Tra le prime

ipotesi quella più accreditata sembrerebbe un eccessivo uso di alcol insieme a pasticche ecstasy.



Elisa era giunta nella giornata di sabato a Roma da Potenza insieme ad alcuni amici per partecipare alla serata di musica tecno «Cocoon night event» che si è svolta in un padiglione della Fiera di Roma sulla Cristoforo Colombo.

Il gruppo è uscito dalla festa intorno alle sei del mattino

di domenica dopo aver assunto alcune pasticche e alcool.

Successivamente a bordo di un'auto sono andati in giro per le strade di

Roma.



Nella zona di Tor Pignattara si sono fermati e si sono addormentati in auto.

Intorno alle 19 di ieri, il gruppo composto da 4 persone, tutti della

Basilicata, si sono accorti che la ventunenne aveva problemi e per

questo hanno chiesto ad un passante l'ospedale più vicino.



La ragazza è stata così accompagnata al pronto soccorso dell'Ospedale

Vannini Figlie di San Camillo dove però è deceduta dopo il ricovero.



mercoledì, dicembre 06, 2006

G8, il caso Carlo Giuliani alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo

Da L'Unità



L´omicidio di Carlo Giuliani il 20 luglio del 2001 a Genova, durante ilG8, arriva alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo. I genitori e la sorella di Carlo hanno infatti presentato una denuncia contro l'Italia e contro l´archiviazione del caso decisa nel maggio del 2003 dal gup di Genova Elena Daloiso. La famiglia Giuliani, nel ricorso a Strasburgo, ha invocato, in particolare, l'articolo 2 della Convenzione dei diritti dell'uomo (diritto alla vita), sostenendo che la morte di Carlo «è dovuta ad un uso eccessivo della forza» e considerando che «l'organizzazione delle operazioni per ristabilire l'ordine pubblico non siano state adeguate». In più, i ricorrenti hanno rilevato che «l'assenza di soccorsi immediati ha comportato la violazione degli articoli 2 e 3», ossia il divieto di trattamenti inumani. La famiglia Giuliani lamenta inoltre di non aver avuto «una vera inchiesta» perché non sono stati ascoltati alcuni testimoni e alti responsabili della polizia.



I ricorrenti sostengono, tra l'altro, come fa sapere la stessa Corte di Strasburgo, che uno degli esperti nominati dal pubblico ministero e che ha sviluppato la tesi di un proiettile «deviato da una pietra lanciata in aria» avrebbe pubblicato poco tempo prima un articolo favorevole alla tesi della legittima difesa. Infine, «benché l'inchiesta abbia interessato due carabinieri, diversi atti investigativi sono stati affidati ai carabinieri». Per questo, la famiglia invoca gli articoli 2, 6 (diritto a un equo processo e 13 (diritto a un reale ricorso) della Convenzione.











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